L’ottovolante (2^ Tappa – Da Formello a Vetralla)

Una tappa di gioie e dolori, di alti e bassi, in tutti i sensi, metaforici e fisici, anzi, orografici. La Via Francigena in bicicletta non è un percorso facile: qualunque sia la lunghezza delle tappe, il continuo saliscendi delle strade che seguono l’orografia tormentata del nostro paese costringe i cicloviaggiatori a un continuo lavoro sul cambio e soprattutto una gran reattività di gambe e fiato.

Questa è l’Italia, bellezza, e se vuoi conoscerla devi un po’ soffrire, ma comunque ne vale la pena, e presto ne abbiamo la conferma. Dopo un inizio di tappa piuttosto monotono, ravvivato solo dal panorama che si apre verso nord dopo Magliano Romano, con il bel profilo del Monte Soratte all’orizzonte, dopo una curva compare all’improvviso il borgo di Calcata Vecchia, abbarbicato su una rupe tufacea.

Entriamo nel centro storico spingendo a fatica le biciclette, e ci sembra di essere entrati in una macchina del tempo. Abituati allo stile “leccatino” di alcuni centri storici toscani, stupendi ma spesso un po’ finti, Calcata trasuda autenticità da tutti i pori. Isolata per secoli, una quarantina d’anni fa venne scoperta da artisti, artigiani e intellettuali, che si trasferirono qui arrivando da tutta Italia e anche dall’estero. Alcuni ci abitano tuttora, come Marina, che al nostro arrivo sta aprendo la sua bottega d’artigianato in piazza, e la lascia tranquillamente sguarnita con la porta spalancata per accoglierci e portarci a visitare la cantina, con un’antica cisterna, e la sua collezione di cocci trovati nell’alveo del Treia, il torrente che scorre nel fondovalle. Ci racconta che più di 3000 anni fa qui sorgeva la città di Narce, popolata da più di 20.000 (!) abitanti, appartenenti ai Falisci, popolazione preromana.

Marina, artigiana, si è innamorata di Calcata quarant'anni fa e non se ne è più andata

Marina, artigiana, si è innamorata di Calcata quarant’anni fa e non se ne è più andata

Salutiamo Marina, lasciamo a malincuore Calcata e puntiamo verso ovest. Mentre attraversiamo le campagne tra Mazzano Romano e Monterosi veniamo attratti da un’insegna: allevamento biologico, entriamo nell’Azienda Agricola Sansoni, 140 ettari di pascolo dove Olivia alleva insieme a suo marito più di 200 capi di bestiame. Conosce bene la Via Francigena, dice i pellegrini di passaggio aumentano di anno in anno, e lei li accoglie offrendo l’acqua minerale di Nepi, leggermente frizzante, che sgorga dalla fontanella nell’aia della fattoria.

Olivia, allevatrice biologica di Nepi

Olivia, allevatrice biologica di Nepi

Dopo un rapido pranzo a Monterosi, dove purtroppo il negozio di Eleonora, la mitica panettiera amica del pellegrini è già chiuso, puntiamo verso nord, lungo la Cassia antica, dove di tanto in tanto vediamo spuntare resti del basolato romano.

A Sutri il meraviglioso anfiteatro scavato nel tufo è chiuso, così come l’attigua chiesa di Santa Maria del Parto. Chi ci legge ci vada al mattino, quando entrambe sono visitabili, e valgono il viaggio, con qualunque mezzo. Due meraviglie da non perdere, tra le più belle sorprese dell’intero percorso della Francigena.

L'anfiteatro di Sutri, completamente scavato nel tufo, è uno dei gioielli della Via Francigena, insieme alla meravigliosa chiesetta ipogea di Santa Maria del Parto. Ma pochissimi lo conoscono

L’anfiteatro di Sutri, completamente scavato nel tufo, è uno dei gioielli della Via Francigena, insieme alla meravigliosa chiesetta ipogea di Santa Maria del Parto. Ma pochissimi lo conoscono

Proseguiamo verso nord entrando nella zona delle nocciole, la monocoltura imperante fino a Vetralla. Buona parte dei noccioleti è trattata con diserbante che disegna delle sinistre strisce arancioni sotto i filari, ma dove non è stato dato il trattamento esplodono cuscini di margherite. Il paesaggio meraviglioso, le strade tranquille, gli interminabili rettilinei sterrati, conducono dolcemente fino a Vetralla, la nostra meta di oggi.

I nostri ospiti

Qui ci accoglie Benedetta, fondatrice dell’omonimo albergo-ristorante in cui – ci racconta – ha lavorato per cinquant’anni, trasformandolo da una modesta osteria di paese a rinomato ristorante, citato in numerose guide. Da qualche anno ha passato lo scettro alla figlia Ornella e al nipote Enrico, ma ci racconta che il lavoro è sempre più faticoso e meno redditizio, con la crisi moltissimi clienti hanno dovuto rinunciare alla “mangiata”.

Benedetta, fondatrice dell'omonimo ristorante, dove ha lavorato per cinquant'anni. Ora è gestito dalla figlia Ornella e dal nipote Enrico.

Benedetta, fondatrice dell’omonimo ristorante, dove ha lavorato per cinquant’anni. Ora è gestito dalla figlia Ornella e dal nipote Enrico.

Per la cena ci servono le loro specialità: fettuccine fatte in casa ai porcini e coniglio alla cacciatora, mentre Ornella di fronte a noi prepara enormi grigliate di carne.

La tappa

La tappa è dura: 62 km per 1100 m di dislivello in continuo saliscendi, su un fondo in gran parte asfaltato, con lunghi tratti su comode strade sterrate e alcuni brevi tratti su carrarecce piuttosto sconnesse.

Guarda il video in 3D del percorso:

Ecco la mappa interattiva, se non riesci a visualizzarla o se vuoi scaricare la traccia GPS visita il sito Everytrail.